E’ nata la nuova Scuola di dottorato dell’Università di Verona. Dal primo gennaio 2021 le quattro Scuole di Scienze della vita e della salute, Scienze giuridiche ed economiche, Scienze naturali e ingegneristiche e Scienze umanistiche sono confluite nella Scuola unica per stimolare e favorire l’interazione e il dialogo tra le diverse macroaree. A dirigerla, per il triennio accademico 2020/2023, è Alfredo Guglielmi, ordinario di Chirurgia generale dell’ateneo scaligero. Con il prof. Guglielmi che sarà fra gli ospiti della prossima edizione di Innovabiomed, abbiamo parlato di multidisciplinarietà, ricerca e formazione. La nuova Scuola di dottorato vuole configurarsi infatti come un’opportunità per giovani ricercatrici e ricercatori per favorire lo sviluppo di progetti di ricerca e la collaborazione con altri atenei nazionali ed internazionali, oltre che con il mondo delle imprese.


Professor Guglielmi da dove nasce l’idea della Scuola unica di dottorato?
Questa idea nasce da una riflessione nata nel corso degli anni ed è un’idea che ha avuto il rettore Pier Francesco Nocini insieme al direttore generale per dare una svolta più trasversale a queste scuole di dottorato. In precedenza a Verona avevamo quattro scuole di dottorato: una per le scienze vita e salute, una per le scienze giuridico-economiche, una per le scienze naturali e ingegneristiche e l’altra per le scienze umanistiche. Abbiamo in totale 15 corsi di dottorato distribuiti su queste macro-aree. Si tratta di corsi di dottorato molto prestigiosi votati all’internazionalizzazione e all’innovazione, con coordinatori estremamente qualificati ma che restavano contenitori isolati con il rischio di offrire ai giovani una visione di altissimo livello ma limitata alla propria area. Oggi invece il dottorato di ricerca deve offrire ai giovani una visione trasversale.

 

Nel campo della medicina questo cosa significa?
La sanità è medicina, ospedale, degenza, malattie, terapie ma è anche tecnologia, innovazione, temi etici, aspetti umanistici, economici e giuridici. I giovani devono quindi avvicinarsi ai problemi della sanità con una visione a 360°. Per questo si è voluto creare un terreno comune in cui le diverse aree possano parlare fra loro. Abbiamo già cominciato a fare dei consigli di scuola dando parole e voce ai coordinatori dei corsi, che adesso stanno proponendo progetti trasversali che spaziano dall’inglese alla statistica, fino all’etica. Non dobbiamo poi dimenticare che i nostri giovani devono acquisire le competenze per partecipare a programmi di ricerca europei come quelli del programma Horizon. Altro tema trasversale e molto importante a cui dobbiamo prestare attenzione è quello della sostenibilità, in linea con quanto l’Europa ci sta chiedendo.

 

Da docente e da chirurgo, in quali ambiti della ricerca secondo lei il nostro paese deve e può fare uno scatto in avanti?
Ci sarebbero tanti scatti in avanti a livello tecnico di ricerca pura sui due maggiori capitoli che sono quello dell’oncologia e delle malattie cardiovascolari, le due grandi cause di mortalità. La pandemia inoltre ci deve far riflettere su un altro aspetto: l’organizzazione del sistema territoriale e l’organizzazione della sanità che non dobbiamo vedere incentrata unicamente sull’ospedale. Quest’ultimo deve essere visto come un anello della catena della sanità che deve però considerare anche il territorio, la medicina di base e la prevenzione. Il famoso modello Hub and Spoke esiste sulla carta ma non riesce a diventare operativo quindi se questa emergenza ci sta portando qualcosa di positivo la riflessione sugli aspetti organizzativi della sanità.

 

L’emergenza sanitaria sta rimettendo al centro dell’attenzione anche il valore della conoscenza e della competenza. Qual è il contributo che i nostri ricercatori possono dare in questo senso?
Soffriamo una sindrome di inferiorità rispetto all’Europa e spesso facciamo l’errore di pensare che se un nostro ragazzo va all’estero impara bene mentre se resta in Italia impara male. Dobbiamo modificare questa visione. I giovani devono uscire dall’Italia, imparare e poi mettersi in rete perché andare all’estero non deve significare escludere l’Italia dai propri progetti ma anzi deve essere un punto di partenza per creare connessioni fra progetti di ricerca a livello internazionale. In merito vorrei anche aggiungere che il rettore ha avuto una buona idea, che è quella di cercare di rendere l’università più vicina al territorio. I nostri dottorati sono estremamente qualificati e, secondo i dati di Almalaurea, il 90-95% trovano una collocazione lavorativa in pochissimo ma solo in pochi casi nel mondo dell’impresa. Da qui è nata l’idea del rettore di coinvolgere maggiormente il mondo produttivo che ci circonda, a livello regionale ma anche nazionale e internazionale, e di prevedere dottorati che possano prevedere anche attività di ricerca nelle imprese. Devono essere aziende dotate di un settore di ricerca e innovazione fortemente sviluppato; nel nostro territorio ve ne sono alcune molto importanti e prestigiose, che hanno progetti di ricerca anche con Stati Uniti, Giappone e Cina. Quindi una maggiore connessione con il mondo delle imprese potrebbe contribuire a far crescere livello di qualità delle università e allo stesso tempo del sistema produttivo.

 

A Innovabiomed si incontreranno il mondo della produzione di dispositivi medici con quello della sanità e della ricerca. Dal suo punto di vista, in campo medico, dove potrà fare maggiormente la differenza un approccio multidisciplinare e multisettoriale nel prossimo futuro?
Sarà sicuramente un valore aggiunto sui progetti ambiziosi di innovazione tecnologica e progetti di ricerca su campi di medicina molto come quello oncologico, quello delle neuroscienze, quello riabilitativo e ovviamente quello chirurgico.